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11 novembre 2011 – Il maestro del trasformismo invulnerabile al declino del pop

 Il maestro del trasformismo invulnerabile al declino del pop

La notizia che David Bowie era sul punto di lasciare la EMI, riportata questa settimana dal Financial Times, ha segnato la fine di una relazione fra due simboli della cultura popolare inglese. La compagnia musicale in crisi, ed ora destinata ad essere divisa e venduta a Universal Music (Vivendi) e Sony, avrebbe seri problemi a sopportare la perdita di uno dei suoi più illustri produttori di guadagni. Negli ultimi 15 anni EMI aveva detenuto i diritti di uno dei cataloghi più prestigiosi della musica pop, contenente album classici come Ziggy Starust e Let’s Dance.
Quanto a Bowie, beh, la sua carriera letteralmente “luccicante” ci ha insegnato ad attenderci l’inatteso. “Changes” (cambiamenti) era il nome di una delle sue canzoni più affascinanti, ma è stata anche una strategia di vita. Dopo gli straordinari cambiamenti sociali degli anni ’60, è stato Bowie a dominare la decade successiva con una inebriante miscela di vistosità, arte e sapiente manipolazione dei media.
La sua eredità si sta mostrando duratura. La sua capacità nel trasformismo e nell’instancabile reinvenzione (un termine che odia) ha
stabilito il modello per le popstar moderne.
Non ci sarebbero state Madonna né Lady Gaga senza Bowie. Nessun’altro ha fatto sembrare la fama così attraente e seducente.
Bowie detesta l’enfasi data ai suoi cambi di identità perché crede che ci sia sempre stata una coerenza intellettuale nel suo lavoro.
In Space Oddity del 1969, mentre il mondo festeggiava il primo allunaggio, Bowie toccava un tasto malinconico: “Il pianeta Terra è blu (triste) ed io non ci posso fare niente” . 
Dieci anni dopo l’angoscia solitaria del Maggiore Tom era ancora nella mente di Bowie. Ma in “Ahes to ashes” del 1980 il Maggiore era diventato un tossico alienato, “appeso nell’alto dei cieli, nel profondo della depressione”.
Negli anni Bowie ha sperimentato un’impressionante numero di stili e mode, dal ragazzo di plastica all’intellettuale mitteleuropeo.
Ma non si sbaglia dicendo che la parabola della graduale disillusione percepibile in quei classici album del 1970 sia stata più significativa
di qualsiasi rapporto pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale.
Nonostante il successo commerciale degli anni ’80, nessuna delle produzioni di Bowie dopo quei tempi febbricitanti ha eguagliato la
qualità dei suoi primi lavori. Ma ha continuato a rispecchiare i tempi, se non ad influenzarli, e si è rivelato uno scaltro uomo d’affari.
Ha formato la propria agenzia di management ed è stato una delle prime popstar a rendersi conto che suonare dal vivo può essere
redditizio come vendere dischi e CD. Una serie di tour mondiali accolti calorosamente l’ha aiutato a diventare uno dei musicisti più ricchi del mondo.
Ma è stato nel 1997, all’età di 50 anni, che una delle sue mosse economiche ha mostrato lo stesso tipo di cambio radicale che aveva reso
così affascinante la sua musica dei primi tempi.
Bowie vendette alla EMI i diritti sui suoi vecchi album concedendo alla compagna il diritto a pubblicare i 25 album dal 1969 al 1999, e si riservò il 25% dei diritti sulle vendite all’ingrosso negli USA.
Bowie usò i proventi come garanzia per gli investitori che compravano i suoi “Bowie bonds” a 10 anni in un’iniziativa ideata dal banchiere
David Pullman. Vennero venduti titoli per 55 milioni di dollari, e l’affare diventò l’argomento più discusso nell’ambiente.
Gli analisti prevedevano una forte crescita dei cosiddetti “titoli delle celebrità”, e Pullman cercò di avviare simili iniziative per
James Brown, gli Isley Brothers e Marvin Gaye.
Ma i tempi stavano cambiando più in fretta di quanto Bowie potesse immaginare. Al cambio di millennio le vendite di CD erano in forte
declino, mentre la distribuzione di musica su Internet si stava affermando. Improvvisamente l’incasso dei diritti diventò meno sicuro,
e dal 2004 Moody’s ha declassato i titoli di Bowie appena sopra il livello spazzatura. Per una volta, le cose stavano andando storte per
Bowie. Erano i giorni in cui sembrava che i servizi peer-to-peer come Napster stessero per aprire un varco nella proprietà intellettuale e
nelle leggi sul copyright, spingendo le compagnie discografiche e gli artisti a temere per il loro futuro.
Le compagnie hanno reagito, trovando modi ancora più elaborati di riconfezionare i vecchi prodotti per renderli più attraenti per i
nostalgici (ed ora più ricchi) ex-adolescenti. Proprio l’anno scorso l’ album di Bowie Station to station del 1976 è stato pubblicato in una
confezione lusso per 80 sterline, con saggi, rarità, missaggi esclusivi ed anche il vinile. Gli anni d’oro di Bowie sono stato strizzati fino
all’ultimo centesimo.
Ma viene un momento in cui ogni piccolo lustrino dei giorni felici del pop è stato dissotterrato, riciclato e poi rottamato. Mentre Amazon
ed Apple concepiscono nuove strategie commerciali, e servizi come Spotify determinano nuovi modelli economici, la tradizionale industria musicale sembra sempre più accerchiata.
Il successo dei Bowie bonds ha spinto  anche Guy Hands, un esperto di cartolarizzazione di asset commerciali, dai pub alle stazioni di servizio sulle autostrade, a credere di poter fare lo stesso col catalogo di EMI. Ma fu colto di sorpresa dal collasso del mercato finanziario, e non riuscì mai ad ammortizzare il costo d’acquisto del 2007, pari a 4,2 miliardi di sterline.
In qualche modo la parabola della carriera di Bowie rispecchia ciò che è successo alla stessa musica pop: dagli incerti inizi degli anni ’ 60, al successo degli anni ’70, allo scaltro sfruttamento commerciale degli anni ’80 e ’90. Ma qualcosa è stato perso per strada? Il clamore destato dalla scomparsa di Steve Jobs mostra fino a che punto la musica pop sia una forza indebolita, se confrontata con le meravigliose macchine che la portano alle masse.
Ma Bowie rimane gloriosamente invulnerabile al crollo della forma artistica a cui ha contribuito con tanta padronanza. Ormai ha più volte provato il suo coraggio artistico, ed è diventato un vero patrimonio culturale; ora ha dovuto curarsi dopo un attacco di cuore ed ha fatto strane apparizioni in pietre miliari della cultura come Spongebob Squrepants. Non fa un disco dal 2003.
I motivi del suo distacco dalla EMI non sono chiari, ma non saremmo sorpresi se tirasse fuori dalla manica un altro radicale cambio di direzione. Nessun personaggio della cultura inglese si è mai divertito tanto a confondere le attese, e nessun altro si è meritato tanto il diritto di scegliersi la propria strada.

traduzione dal Financial Time

 

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